COMUNE DI ORROLI
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FESTA DI SAN VINCENZO MARTIRE

Vissuto nel III sec. d. C. e martirizzato durante la persecuzione di Diocleziano in Spagna (della quale era originario), S. Vincenzo diviene patrono degli orrolesi intorno alla fine del Cinquecento (ancora una volta ci troviamo in epoca spagnola), quando viene realizzata la chiesa in suo onore: la data del 1582 si legge in un capitello all’interno della parrocchia e rappresenta uno dei pochi dati certi sulla cronologia relativa alla suddetta chiesa (il cui primo impianto tuttavia potrebbe essere più arcaico).

 E’ la parrocchia a costituire, fin dalla sua realizzazione, il fulcro della vita cristiana orrolese: qui si celebrano le funzioni in onore di quei santi privi di edifici sacri propri, nel suo piazzale si accendono i falò per S. Antonio abate, S. Sebastiano…(fino a quando, circa trenta anni fa, il sacerdote lo vietò), nei suoi libri contabili si registrano le spese relative anche alle altre chiese (con l’eccezione di quella dedicata a S. Vincenzo Ferrer).

Campanile

La festa in onore del santo era già nel secolo scorso (come oggi) un avvenimento esclusivamente religioso, caratterizzato da novena, messa celebrata da più sacerdoti, processione dei fedeli (che si teneva la sera del 21 gennaio); non veniva nominato alcun obriere (a differenza di quanto avveniva a fine Seicento, quando esisteva per tale occasione l’obreria major), ma era il sacerdote a offrire un frugale rinfresco al sacrestano e ai confratelli; né si tenevano balli o altri spettacoli in piazza; nonostante ciò si trattava di un appuntamento importante per la comunità cristiana, ma probabilmente non paragonabile ai festeggiamenti tenuti due secoli fa, quando erano previsti anche i fuochi d’artificio . 
Caratteristici (e propri di quasi tutti i santi venerati nel paese) alla fine della “messa cantata” erano i “gocciusu” intonati dal sacrestano e dai fedeli; si trattava della vita del santo in versi, intercalata da un refrain in cui si invocava il suo aiuto; questo tipo di componimento sembra ispirato a modelli spagnoli, i gogos castigliani , i quali – ancora una volta – dimostrano quanto la Sardegna ha importato dalla penisola iberica
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