COMUNE DI ORROLI
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FESTA DI SAN VINCENZO FERRERI
(Ultima domenica di Settembre)

Vissuto in Spagna tra XIV e XV secolo, l’introduzione del culto di S. Vincenzo Ferrer è, probabilmente, da porre in relazione col dominio ispanico nell’isola; a conferma di tale ipotesi si può citare la data di fondazione della chiesa a lui dedicata, il 1704 , che ricade nell’arco di tempo di assoggettamento agli iberici. Sappiamo da Respuestas, par. 1, che, tra le chiese esistenti a Orroli, esclusivamente per quella a lui intitolata si conosce il fondatore, impersonato dal Rettore Pisano. Egli e i suoi eredi, come apprendiamo anche grazie al “Libro de Administracion de los bienes de la Iglesia del Glorioso San Vicente Ferrer”, compilato tra 1754 e 1792, dotarono la chiesa di numerosi beni, comprendenti terreni, mandrie di animali e pensioni ;

Facciata della Chiesa

 L’edificio sacro doveva comparire tuttavia piuttosto spoglio, se nel par. 6 delle Respuestas leggiamo che “en la Iglesia […] hay collaterales dos altares al mayor, en los quales ni se puede celebrar ni otra señal de altar q. la sola mesa de piedra pa celebrar”.
Entrambe le fonti (Respuestas e Libro de Administracion) annoverano, tra le proprietà ecclesiastiche, una reliquia del santo, esposta dagli eredi del Rettore (e non dal parroco!) per le due feste in suo onore; l’autenticità della reliquia non è però verificabile.

 Come già affermato in precedenza, nei secoli passati si celebravano due feste in onore di S. Vincenzo; attualmente l’unico appuntamento “rispettato” dalla popolazione è la ricorrenza di fine settembre. In questa occasione, oltre alla messa “canonica” in cui si ricorda la vita del santo, è prevista la processione in suo onore, compiuta di sabato sera; i festeggiamenti “laici” hanno invece inizio già il giorno prima e si concludono la sera della domenica. Ogni serata è allietata da attrazioni musicali finanziate mediante una questua. 
Generalmente nella notte della domenica si è dilettati dai fuochi artificiali. Chi ha vissuto la sua giovinezza agli inizi o negli anni centrali del Novecento ricorda dei festeggiamenti ancora più “grandiosi” rispetto a quelli attuali: iniziate il sabato sera attraverso messa e processione, le celebrazioni si protraevano talvolta fino al martedì successivo; all’occasione ci si preparava mediante nove giorni di preghiera (novena). Era contemplata la figura di un obriere (di sesso maschile) che, a differenza di quanto accade attualmente, non compiva alcuna questua.

Erano i balli in piazza e la presenza di numerosissime bancarelle a colpire maggiormente: sono, infatti, questi gli aspetti maggiormente menzionati dagli anziani. Le donne approfittavano di quest’occasione per acquistare “su ferrusmaltu”: le pentole e gli utensili da cucina realizzati in ferro smaltato; agli uomini erano riservati i piaceri de “is paradasa”, bar all’aperto dove, tra le altre cose, si vendeva “sa carapigna”, la nota granita sarda. Il divertimento dei bambini (ma in genere di tutta la comunità) era legata alla corsa degli asinelli.
In chiesa erano esposte due statue raffiguranti il santo: in occasione della festa di fine settembre si portava in processione il simulacro più piccolo, mentre una sua statua di dimensioni maggiori veniva sfiorata quando si desiderava porre fine a periodi di grave siccità

 

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