COMUNE DI ORROLI
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FESTA DI SAN NICOLA
(3° SETTIMANA DI MAGGIO / 25 maggio)
 

Il culto di San Nicola è probabilmente radicato tra gli orrolesi da tempi particolarmente remoti; questa ipotesi è suggerita dalla credenza popolare secondo la quale la Chiesa dedicata a tale santo sarebbe stata la prima parrocchia del paese (credenza peraltro sia attuale, sia riferita da documenti di fine Settecento ). 

 

Una conferma all’opinione comune è giunta attraverso gli scavi archeologici compiuti all’interno della suddetta chiesa, che hanno riportato alla luce il suo più antico impianto (costituito dall’attuale presbiterio), risalente – probabilmente – già a fine V-inizi VI sec. d. C. 
A più riprese vi sono stati effettuati ampliamenti e modifiche, ultima delle quali sembra essere stata l’aggiunta delle navate laterali avvenuta nel XIX secolo.
L’antichità della chiesa ha fatto si che, col passare del tempo, si perdesse memoria del suo fondatore, come apprendiamo leggendo il paragrafo 1 delle Respuestas.

La chiesa perde la funzione di parrocchia nel XVI secolo, quando cioè viene realizzata quella in onore di S. Vincenzo Martire (santo “importato” dalla Spagna); quest’ultimo evento segna fondamentalmente il trapasso dall’egemonia di Bisanzio a quella iberica, infatti la venerazione per San Nicola, originario della Licia (Paese della Turchia, vale a dire di quella terra un tempo denominata “Anatolia”), fu probabilmente introdotta in Sardegna – e anche a Orroli – dai Bizantini , i quali erano a diretto contatto con la penisola anatolica (trovandosi Bisanzio, loro “città-madre”, nell’Ellesponto).
Intorno alla vita del santo sono sorte numerose leggende, tanto che i dati certi riguardanti la sua esistenza sono poco numerosi; in particolare si sa che visse nel IV sec. d. C. e fu vescovo di Mira. Secondo la tradizione avrebbe donato la dote a tre fanciulle, consentendo loro di sposarsi e salvandole dalla vita dissoluta alla quale erano destinate. E’ stato probabilmente questo episodio a originare la credenza che san Nicola favorisse i matrimoni : a questo scopo le ragazze nubili del paese ne scuotevano il simulacro.

Attraverso il paragrafo 8 delle Respuestas veniamo a conoscenza del fatto che a fine ’700 si compisse una processione in onore del Santo, mentre il paragrafo 2 dello stesso scritto ci informa (indirettamente) di un duplice festeggiamento; sembra dunque che la situazione sia rimasta invariata nel corso dei secoli: ancora oggi, infatti, il 6 dicembre si celebra la messa in onore del Santo, nel giorno indicato dal calendario ufficiale come quello della sua festa, mentre il 25 maggio la messa è preceduta da una processione alla quale partecipano cavalli, buoi aggiogati, trattori addobbati, oltre – naturalmente – ai fedeli a piedi e alla statua del santo. 
Gli anziani del paese ricordano che nella prima metà del secolo scorso alla processione prendevano parte quasi 100 cavalli e 30\40 buoi aggiogati (adornati di tappeti sulla groppa i primi, arance e fiori tra le corna i secondi), con grande concorso di gente dai paesi vicini. Si trattava di una festa particolarmente sentita, che prevedeva lo svago dei partecipanti attraverso balli tenuti nel sagrato della chiesa per tutta la serata del 25 maggio.

 Tutti gli abitanti del rione prospiciente la chiesa si impegnavano a pulire le strade in prossimità di questa, mentre la buona riuscita della sagra era affidata a un obriere di sesso maschile, che provvedeva (in parte a proprie spese, in parte con i soldi raccolti mediante una questua) all’organizzazione dei balli e alla distribuzione di dolci e caffè a coloro che partecipavano alla processione. Proprio il rientro della processione costituiva il momento culminante della festa, quando il sacerdote benediceva gli animali presenti: in periodi di povertà quale quello a cui le notizie si riferiscono (prima metà del Novecento), quando bastava poco perché il raccolto di un anno di lavoro andasse perduto, far benedire i propri animali equivaleva quasi a “vaccinarli” contro ogni genere di malanno.

A dicembre i festeggiamenti avvenivano in tono decisamente minore: la notte tra il 5 e il 6 nel piazzale della chiesa si accendeva un falò con legna donata da volontari del paese. Il giorno successivo si celebrava la messa e si portava il santo in processione, senza che né buoi né cavalli vi partecipassero. 
La forte religiosità dell’epoca e la grande venerazione per il santo si manifestavano, oltre che nel prendere parte alla processione, mediante la partecipazione alla novena, che – a maggio – riuniva in chiesa un numero consistente di fedeli, e – soprattutto – nell’invocare San Nicola affinché guarisse da malanni di vario genere quanti gli offrivano ex voto di cera raffiguranti le parti del corpo sofferenti.
Grazie a un’opera della metà dell’Ottocento apprendiamo che durante i festeggiamenti (probabilmente nel mese di maggio) aveva luogo una fiera, che, col passare dei secoli, ha lasciato il posto a un numero sempre minore di venditori ambulanti di dolciumi.
Una particolarità è riferibile, più che al culto del santo, alla chiesa a lui dedicata: sono numerose le persone che ricordano storie di “fantasmi”, visioni, ombre e apparizioni “avvenute” in prossimità della chiesa; tutti inoltre sono a conoscenza dell’utilizzo del sagrato a scopo cimiteriale, destinazione comune ad altri edifici sacri del paese, sui quali – tuttavia – la memoria popolare non ha conservato notizie in proposito. Da rilevare inoltre il fatto che, nonostante sia passato in secondo piano con l’arrivo degli Spagnoli, il culto per il primo protettore del paese non sia stato comunque abolito o obliato.

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