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Coloro che maggiormente hanno lasciato la loro impronta sul popolo sardo, plasmandone vari aspetti culturali, non ultimo quello linguistico, sono stati innegabilmente gli spagnoli, probabilmente perché simili per indole al popolo assoggettato, indubbiamente per la lunga durata del loro dominio: se si include il periodo di sottomissione della Sardegna agli Aragonesi , il governo ispanico nell’isola ha interessato l’arco di tempo compreso tra il XIV e gli inizi del XVIII secolo, influenzando inevitabilmente gli usi locali. La forte religiosità del popolo conquistatore, nonché il susseguirsi di re cattolici, che utilizzavano la religione come strumento di coesione, sono stati elementi determinanti nell’imprimere una precisa direzione alla fede sarda e alle sue manifestazioni, tant’è vero che la stragrande maggioranza dei culti ancora oggi persistenti nei paesi isolani ha una derivazione chiaramente ispanica.
Notevole è stato senz’altro anche l’apporto bizantino, determinato da circa quattro secoli di permanenza in Sardegna; a loro si deve probabilmente il primo consolidarsi della fede cristiana nel popolo assoggettato e l’introduzione di alcuni dei culti ancora in auge; tuttavia la lontananza nel tempo del loro dominio ha verosimilmente determinato la caduta in oblio di numerosi apporti culturali a loro ascrivibili.
Nessun dato rilevante è attribuibile (dal punto di vista del culto e della religiosità degli
orrolesi) al periodo giudicale e pisano, interposto tra quello bizantino e spagnolo. Appena percettibile risulta il trapasso da
quest’ultima epoca a quella sabauda , tanto che, nonostante la presenza piemontese nell’isola, nei registri parrocchiali locali si scrive in spagnolo fino al 1830, vale a dire per circa un secolo dopo l’arrivo dei Savoia in Sardegna.
Queste considerazioni possono farsi, oltre che attraverso il raffronto con la storia dell’intera isola, grazie a non numerose fonti scritte (principalmente i documenti dell’archivio parrocchiale e le
Respuestas, “risposte” a questionari distribuiti nei villaggi alla fine del 1700), nelle quali è possibile raccogliere alcune notizie che, spesso in modo indiretto, consentono di ricostruire – benché lacunosamente – una porzione della storia religiosa locale, evidenziando una notevole costanza nella scelta delle figure fatte oggetto di culto; tale continuità è verificabile principalmente dal 1600 in poi, epoca alla quale risalgono i più arcaici testi consultati. Questi, integrati con le notizie fornite dalle fonti orali, verranno utilizzati per tentare la ricostruzione, in ordine cronologico, degli usi e costumi religiosi degli orrolesi dal XVII secolo in poi, riservando alle singole festività una descrizione quanto più accurata possibile nell’epoca più recente in cui di queste si ha notizia.
2. La fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo
Grazie ad un libro contabile della Parrocchia , compilato a fine XVII – inizi XVIII secolo, veniamo a conoscenza di introiti a favore della chiesa grazie a tutta una serie di
“obrerias”: somme (o, più spesso, frutti della terra) versate dalle persone delegate all’organizzazione di cerimonie religiose. Per gli anni compresi tra il 1682 e il 1702 le obrerias vengono elencate specificamente; in tal modo veniamo informati dei beni donati dai singoli
obrieri, ma anche delle festività alle quali essi sono preposti; in particolare ne vengono citate da 21 a 23 per gli anni compresi tra il 1682 e il 1695, ben 31 per il 1696 e seguenti. La maggior parte delle cerimonie indirettamente citate commemora un santo: si menzionano, infatti, gli obrieri di S. “Mauro, Nicolas,
Cathalina, Lucifero, Lucia, Iuan Baptista, Vicente, Iuliana, Effisio,
Marcos, Antonio de Padua, Barbara, Francisco, Antiogo, Sebastian, Salvador,
Ioseph, Lorenço, Antonio Abad” ; a questi si aggiungono gli obrieri nominati per tutta una serie di ricorrenze in onore di
Maria: la “Virgen del Carmen, de la Candelera, de las Nieves, de la
Defensa” compaiono nei suddetti elenchi.
In tale registro, oltre alle entrate, venivano registrate anche le spese sostenute dalla Parrocchia; queste ultime erano destinate, in particolare, al restauro e rifacimento delle strutture ecclesiastiche; è grazie a questi dati che apprendiamo l’esistenza di chiese ormai distrutte: nel paragrafo “descargo” datato 1701 leggiamo che furono pagate 8 libbre e 2 scudi a «Me. Antiogo Esquirro por la puerta de San
Marcos» , mentre 21 libbre e 5 soldi andarono allo stesso Messere il 18 giugno 1708 «por hauer acomodado la Iga de Sta Maria de
Tacu» . Si trattava di due chiese al di fuori del perimetro urbano; della prima resta traccia nella memoria popolare , forse perché legata alla leggenda (comune ad altri paesi vicini ) delle “campane d’oro”: la tradizione vuole che, staccatesi dalla chiesa, siano sprofondate nel terreno quando questa cadde in rovina e precipitino sempre più in profondità ogni qualvolta si cerchi di riportarle alla luce.
Nessuna notizia, nemmeno a carattere leggendario, hanno fornito le fonti orali interrogate a proposito della seconda struttura; questa, come ci viene detto dal registro della Parrocchia, era ubicata a
“Taccu”, denominazione attribuita all’ampio altopiano di origine basaltica posto a Sud Est del territorio di
Orroli; la toponomastica attuale non ci fornisce purtroppo informazioni sulla esatta ubicazione della chiesa.
L’edificio sacro citato nel 1708 è senz’altro il medesimo per cui, il 27 settembre 1710, viene acquistata una nuova serratura: ci viene detto, infatti, che si pagano 2 libbre e 17 soldi “en una serradura de la Iga de Sta Maria ad Nieves” .
Non sappiamo esattamente quando queste due chiese siano state realizzate, né quando cadano in rovina; per quanto riguarda
quest’ultimo aspetto, si ha la certezza – grazie a fonti dell’epoca – che la chiesa e il culto di San Marco resistano almeno fino alla fine del Settecento, mentre la Vergine della Neve cessa di essere esplicitamente citata dalle fonti locali nel 1722, quando si registrano ulteriori spese sostenute per ristrutturarne la chiesa ; da questo momento in poi non ricorre nei libri contabili, nei quali si nota una sempre maggiore sinteticità e genericità nel riportare il bilancio.
La medesima fonte citata finora ci informa, inoltre, del culto riservato a “Santa
Cruz” (vale a dire la Santa Croce), lo Spirito Santo e il Santo “χρto” (Cristo) ; anche queste ricorrenze prevedevano la nomina di un obriere e, dunque, qualche forma di commemorazione; nulla però ci viene detto sul modo di celebrare tali festività, né se fossero previste processioni (ipotesi probabile). Sembra che si tenessero degli offertori, in special modo per Santa Caterina, infatti si registrano talvolta le somme o i beni ricavati in tale occasione. Una distinzione parrebbe riservata
all’obreria di San Vincenzo, definita “obreria Major”, perché indirizzata al patrono del paese, ma forse anche in relazione a un maggiore impegno (anche economico?) richiesto alla persona delegata alla sua organizzazione.
3. Le feste nel XVIII secolo “piemontese”
A fine Settecento, dunque in pieno governo sabaudo, si celebrano alcune festività non menzionate in precedenza: in onore di S. Ramon, S.
Pedro, S. Cayetano, S. Luis, S. Estanislao . Nell’elenco fornito dalle Respuestas compare anche S. Vincenzo
Ferrer, non nominato invece nei più arcaici registri della parrocchia poiché la chiesa intitolata a tale Santo possedeva libri contabili propri (sono, infatti, consultabili quelli risalenti al 1754 - 1792). Viene inoltre annoverata l’esistenza di una confraternita devota alla Vergine del Rosario.
A differenza delle fonti del Seicento, nelle Respuestas non compaiono i Santi Giovanni Battista (citato però dal registro della Parrocchia per l’anno 1775 ), Mauro, Lucifero, Giuliana, Efisio, Francesco, Salvatore, Lorenzo, Lucia, Barbara (citata nel registro della chiesa di S. Vincenzo Ferrer ); diminuiscono inoltre le ricorrenze atte a commemorare la Vergine (continua a essere venerata quella del Carmine), né si citano le cerimonie in onore della Santa Croce e dello Spirito Santo; tali “divergenze” rispetto ai documenti del passato possono tuttavia essere ascritte al fatto che nel questionario di fine Settecento si faccia riferimento solo alle festività principali.
Grazie alla medesima opera riusciamo ad apprendere notizie particolari su alcune ricorrenze: nel par. 18 leggiamo che “per la seconda festa di S. Vincenzo si tengono corse di cavalli”; per S. Caterina, S. Vincenzo Ferrer e S. Antioco le processioni sono aperte da coppie di buoi aggiogati (par. 19); veniamo inoltre informati dallo stesso paragrafo 18 che non si era soliti effettuare alcuna questua.
La fonte suddetta e i registri parrocchiali sembrano concordare a proposito di quattro festività legate alla chiesa di S. Vincenzo
Ferrer, citate da entrambi, senza tuttavia specificare a chi fossero dedicate; verosimilmente due delle suddette feste si tenevano per onorare il Santo al quale la chiesa è dedicata (nelle
Respuestas, par. 6, si parla esplicitamente di “dos fiestas” di “S. Vicente
Ferrer”); una era forse riservata a Santa Barbara, il cui simulacro era probabilmente custodito nella chiesa in questione ; nessuna ipotesi è formulabile sulla quarta festività.
E’ dunque certa la continuità di culto tra Sei – Settecento per i Santi Nicola, Caterina, Vincenzo Martire, Antonio Abate, Antonio da Padova, Sebastiano, Giuseppe, Antioco, Barbara, Giovanni Battista e Marco (in onore del quale esisteva ancora la chiesa campestre mancante – all’epoca – del solo tetto ), santi venerati prima dell’arrivo dei piemontesi nell’isola.
4. L’Ottocento
La principale fonte sulla storia ecclesiastica orrolese del XIX secolo è rappresentata (ancora una volta) dai documenti dell’archivio parrocchiale; questi, tuttavia, sintetizzando quanto più possibile le notizie registrate, forniscono una quantità di informazioni sempre più limitata.
Tra i fatti degni di nota si possono annoverare la celebrazione “de las 40
oras”, il rinfresco offerto dal sacerdote ai confratelli in occasione di alcune feste non meglio specificate, l’acquisto da parte della chiesa di “coetes y
bombas” per la festa del patrono, celebrata dunque in pompa magna.
Niente ci viene detto sulla persistenza di eventuali “obrerias”, né sulle processioni ordinariamente tenute; una sola citazione riguarda le spese tenute per il restauro della chiesa di san Nicola, nessun riferimento concerne la chiesa di S. Caterina, senz’altro in uso.
Grazie al “Codice delle circolari emanate fin dall’anno 1812” veniamo a conoscenza di una circostanza straordinaria verificatasi nel 1813: la circolare del 20 luglio ordinava, al fine di scongiurare il pericolo incalzante della peste, di fare una processione col simulacro del patrono e di S. Sebastiano. Di
quest’ultimo letteralmente si dice che fu “invocato dai sardi nella pestilenza del 1528 che cessò nel giorno a lui sacro del 1529”.
Due fonti relative all’Ottocento sono le opere di G. Casalis e G. Stefani ; nella prima Vittorio
Angius, che si occupa delle voci sulla Sardegna, dà notizia delle chiese esistenti (che coincidono con quelle attuali, dunque le chiese dedicate a S. Marco e S. Maria erano ormai definitivamente cadute in disuso) e della “gerarchia ecclesiastica”: afferma che «la chiesa maggiore […] governasi da un
paroco, che ha il titolo di rettore. Egli è assistito da tre o quattro preti nella cura delle anime». Si legge inoltre che «quando si festeggia per queste titolari [S. Vincenzo Martire e
Ferreri, S. Nicola, S. Caterina] vi è gran concorso di gente da’ prossimi paesi, si tengono piccole fiere e tra le pubbliche ricreazioni non manca lo spettacolo della corsa dei barberi»: si tratta probabilmente della corsa di cavalli della quale parla il paragrafo 18 delle Respuestas a proposito dei festeggiamenti in onore di S. Vincenzo intorno al 1777.
Non si specifica cosa fosse possibile acquistare nelle fiere citate, delle quali riferisce anche G.
Stefani, secondo il quale si tengono durante “le feste di S. Catterina e S. Nicolò”.
5. Le feste nel Novecento
Talvolta è sufficiente un arco di tempo piuttosto limitato perché si verifichino cambiamenti sostanziali: attualmente a Orroli si celebrano i festeggiamenti in onore di S. Vincenzo Martire, patrono del paese, S. Nicola, S. Isidoro, S. Vincenzo
Ferreri, S. Caterina e S. Antonio Abate; le fonti orali evidenziano, invece, una realtà nettamente diversa riferibile alla prima metà del Novecento, quando, nei giorni delle rispettive commemorazioni, si portava in processione per il paese il simulacro di almeno sedici santi, ognuno accompagnato da un
obriere; il numero delle processioni che si snodavano per il paese era dunque più che triplo rispetto a quello attuale.
Le notizie sulla situazione nella prima metà del Novecento riferiscono la pratica di culti in onore di Santi probabilmente introdotti a Orroli nell’Ottocento, o esistenti in precedenza, ma di secondaria importanza (considerando che non vengono annoverati dalle fonti più arcaiche), quali S. Rita, S. Agnese, S. Biagio.
Le medesime fonti concordano sul culto riservato a numerosi santi venerati già dal Sei – Settecento, ma non citati esplicitamente nelle testimonianze scritte del secolo
XIX: S. Antonio Abate, S. Antonio da Padova, S. Sebastiano, S. Pietro, S. Giuseppe, S. Lucia, S. Giovanni Battista, S. Barbara, oltre ai titolari delle chiese di S. Caterina e S. Vincenzo
Ferrer.
Una nota a sé stante merita S. Isidoro: divenuto oggetto di culto per gli orrolesi probabilmente durante la dominazione spagnola, non viene menzionato dalle fonti principali, le Respuestas e i registri parrocchiali; le prime tuttavia non ne negano il culto: al paragrafo 18 si elencano le feste religiose dell’epoca e si conclude la lista con la formula «y
otros»: e altre.
Il cambiamento radicale avvenuto nell’ultimo cinquantennio (legato indubbiamente anche al mutato tenore di vita delle “masse”) è testimoniato dagli anziani del paese: rievocano con una certa nostalgia una serie di abitudini, di usi ormai perduti, legati alla sfera religiosa e vissuti come momenti di aggregazione: le donne, per esempio, solevano sedersi in gruppo per le strade, durante il mese di maggio, per recitare - cantando in sardo - il rosario. Ancora presenti nella seconda metà del secolo, si ricordano i confratelli (noti attraverso le fonti scritte già dal XVIII secolo), vestiti con un saio bianco, partecipare a tutte le processioni e sostenere il simulacro dei santi.
Gli aspetti maggiormente pittoreschi sono legati alle festività natalizie e pasquali, sulle quali nulla è dato sapere per i secoli finora esaminati, se non che (come apprendiamo dai registri parrocchiali) in tali occasioni la chiesa acquistava una maggiore quantità di cera rispetto al solito.
La celebrazione della Settimana Santa era particolarmente sentita e prevedeva alcuni momenti suggestivi, probabili reminiscenze dell’enfatica religiosità spagnola: il venerdì ricorreva l’esposizione di Gesù morto, compianto dalla Vergine vestita a lutto; il sabato mattina alle dieci avveniva la benedizione dell’acqua attraverso un complesso rituale che includeva l’accensione di un fuoco all’ingresso della chiesa; in entrambi i giorni, in segno di lutto, i simulacri dei santi venivano ricoperti con un manto viola e le campane tacevano, erano i ragazzi con “is
strocciarranasa” o delle tavolette ad assolverne la funzione.
La domenica mattina, nelle case, gli stessi proprietari annunciavano la resurrezione di Cristo bussando alle porte e recitando la formula “alleluia,
alligria, ch’e’ torrau su fill’e Maria” ; il momento “clou” della mattinata era rappresentato da
“s’incontru”: l’incontro tra Maria e il figlio risorto messo in scena all’esterno della chiesa. Questa, in occasione della Pasqua, era addobbata con “su
nenniri”, grano fatto germogliare al buio (perciò di colore tenue) ornato di nastri, le cui origini sono probabilmente da ricercare nel mondo pagano .
Gli addobbi nel periodo natalizio erano costituiti invece da specie spontanee: mirto e olivastro. Alle festività relative al Natale era legato “su
pan’e saba”: pane realizzato con uva sultanina, noci e/o mandorle, farina e
“saba”, vale a dire mosto cotto; non era previsto invece “su pani
biancu” preparato per Pasqua. Un’usanza curiosa riguarda la notte di S. Silvestro, quando le famiglie, riunite intorno al fuoco, interrogavano le foglie di olivastro sul futuro: a coppie queste venivano gettate sulla brace e, in base al loro esplodere contemporaneamente o meno, si stabilivano le affinità di coppia tra giovani innamorati; potevano invece essere lasciate cadere singolarmente, fornendo così il responso sull’andamento dei mesi dell’anno (e quindi sul raccolto).
Oltre che dalle importanti festività di Pasqua e Natale, che coinvolgevano in ugual misura l’intera comunità, l’anno era per gli orrolesi scandito da numerosi “appuntamenti religiosi” che impegnavano uno o pochi individui. Si tratta delle commemorazioni dei santi citati in precedenza, per ognuno dei quali esistevano delle liste di “iscritti” che, a turno, dovevano effettuare una questua (presso gli altri iscritti e non l’intera comunità) il cui ricavato veniva consegnato al sacerdote (probabilmente si tratta della stessa prassi eseguita nel Seicento, testimoniata dalla voce “obrerias” che compare nei libri contabili).
Cronologicamente (escludendo le festività giunte fino ai nostri giorni), a partire da settembre, mese con cui si fa iniziare l’anno agrario , si celebrava S. Barbara (4 dicembre, venerata come protettrice dei minatori), S. Lucia (13 dicembre; protettrice della vista), S. Agnese (21 gennaio), S. Biagio (3 febbraio), S. Giuseppe (19 marzo), S. Rita (22 Maggio), S. Antonio da Padova (13 giugno), S. Giovanni Battista (24 giugno), S. Pietro (29 giugno). Tutte le festività sopraelencate coincidono col giorno loro riservato dal calendario ufficiale e si concentrano maggiormente nei mesi primaverili – estivi. In ognuna di queste occasioni era prevista la celebrazione della messa, in cui si ricordava la vita del santo (spesso officiata da un sacerdote proveniente da un altro paese), e una processione col suo simulacro.
L’obriere di ogni festività, al termine delle cerimonie, offriva, a casa propria, dolci e bevande a pochi amici, dopo aver annunciato – tramite il sacerdote – il suo “successore” per l’anno seguente;
quest’ultimo era generalmente di sesso maschile, tranne poche eccezioni (per le feste di S. Lucia e S. Rita), benché le donne avessero un ruolo fondamentale nell’organizzare ogni cerimonia: a loro era riservata la questua, nonché la preparazione dei dolci da offrire agli invitati. E’ significativa, a questo proposito, l’introduzione del culto in onore di S. Rita (insieme all’aumento delle figure femminili nella rosa dei beati venerati nel paese), invocata e ricordata per la pazienza con cui contraccambiava i maltrattamenti operati a suo danno dal marito: spia di una maggiore importanza attribuita alla donna nella sfera religiosa o, al contrario, tentativo di istituire dei culti che in qualche modo confortino delle loro pene la sottomessa schiera femminile?
Spesso le festività erano precedute da nove giorni di preghiera (novena), come nel caso di S. Giuseppe, S. Vincenzo Martire e
Ferreri…, o da un triduo (ossia 3 giorni di orazioni), come accadeva per S. Lucia. Particolari i festeggiamenti in onore di S. Giovanni, durante i quali si accendevano dei falò nei diversi rioni utilizzando non la legna, ma il fieno. I tradizionali fuochi venivano accesi anche nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, in onore di S. Sebastiano, al cui simulacro, durante la processione per le vie del paese, veniva posto un ramo d’arancio. Altrettanto singolari le cerimonie in onore di S. Biagio: il sacerdote poneva accanto alla gola dei fedeli due candele incrociate, allo scopo di proteggerla dai malanni; tale rito, diffuso non solo in Sardegna, è da porre probabilmente in relazione con la leggenda secondo la quale il santo, medico e vescovo del IV secolo d. C., avrebbe salvato un fanciullo soffocato da una lisca di pesce conficcataglisi nella gola.
Ancora celebrata nel secolo scorso era tutta una serie di cerimonie volte a onorare la Vergine: la Candelora, Maria Ausiliatrice…
Un complesso cerimoniale era previsto per le Quarantore; innanzitutto si effettuava una distinzione tra “Corantorasa
Mannasa” e “Pitticcasa” (letteralmente Quarantore Grandi e Piccole); nel primo caso, la cui ricorrenza cadeva quindici giorni prima di Pasqua, si nominavano 12
obrieri, otto dei quali coniugati e quattro scapoli; la festa durava tre giorni (dalla domenica al martedì), durante i quali ogni
obriere, a turno, offriva il pranzo ai propri amici e un “rinfresco” agli altri
obrieri; il martedì avveniva la benedizione e la nomina dei prescelti per l’anno successivo, dopo aver percorso a piedi e in processione il piazzale della chiesa. Il medesimo rituale era previsto per l’appuntamento meno importante, durante il quale le obriere erano però nove donne, sostituite dai propri mariti nel momento in cui era necessario salire sull’altare per ascoltare la messa (considerato il divieto per loro di assolvere tale funzione).
Quest’ultima festività non viene oggi celebrata, mentre il primo – e più importante – appuntamento è stato riscoperto dopo qualche tempo di oblio.
5. I Santi venerati fino ai giorni nostri
Le festività religiose alle quali la popolazione attuale prende parte in maniera capillare e delle quali avverte l’importanza, sono, come già affermato in precedenza, poco numerose. L’analisi delle fonti più e meno antiche e il raffronto di queste con la realtà attuale, evidenzia la persistenza fino ai nostri giorni dei culti considerabili più arcaici o meglio radicati nella popolazione
orrolese, di derivazione perlopiù spagnola e bizantina.
La devozione senz’altro maggiormente sentita è quello riservata a S. Caterina, probabilmente anche a causa dei vari aspetti “laici” che i festeggiamenti in suo onore prevedono; seguono, in ordine di importanza, le celebrazioni per S. Vincenzo
Ferreri, S. Nicola e S. Isidoro, S. Antonio Abate e, infine, S. Vincenzo Martire: proprio al patrono del paese non vengono ormai decretate cerimonie solenni.
Il perché la scelta sia ricaduta su queste figure è difficile da stabilire; è evidente, tuttavia, che si tratti di protettori di categorie molto diffuse nel passato: viticoltori, tessitori, taglialegna, ammalati, etc. In particolare sono diversi i Santi legati alla sfera agro – pastorale; sembra dunque che i conquistatori, se da una parte esigevano dai “sudditi” il pagamento di tasse sui cereali raccolti, dall’altra suggerivano loro a quale santo votarsi affinché ottenessero un buon raccolto.
5.1. Feste celebrate in date scelte arbitrariamente
E’ degno di nota il fatto che tre delle feste più antiche ancora in auge (S. Caterina, S. Nicola, S. Vincenzo
Ferreri) prevedano una duplice cerimonia: una nella data in cui i santi vengono commemorati dal calendario ufficiale, una in un giorno stabilito arbitrariamente; questa particolarità, riferita dalle Respuestas per S. Nicola e S. Vincenzo Ferreri , è ricordata dagli anziani del paese solo a proposito del primo dei due santi, mentre – intervistati – riferiscono solo
la data arbitraria per i festeggiamenti in onore del secondo e di S. Caterina. Dubbio il caso di S. Vincenzo Martire: nel paragrafo 6 delle Respuestas si legge che si tiene
«el dia 22 de Henero » la «fiesta principal del patron»: il giorno 22 di gennaio [si celebra la] festa principale del patrono; il termine evidenziato può intendersi riferito a “una” delle feste in onore del santo, o, al contrario, può indicare solo la “priorità” di tale festa su ogni altra poiché dedicata al patrono; inoltre nel paragrafo 18 della stessa opera si afferma che «por la segunda fiesta de S. Vincente hay cursa de
cavallos», vale a dire che “per la seconda festa di S. Vincenzo ci sono corse di cavalli”: non si specifica a quale “S. Vincente” ci si riferisca, anche se, sulla base di confronti con quanto riferito dalle fonti orali sui festeggiamenti tradizionali, è probabile che non si tratti del patrono.
5.1.1. San Nicola (6 dicembre / 25 maggio)
Il culto di San Nicola è probabilmente radicato tra gli orrolesi da tempi particolarmente remoti; questa ipotesi è suggerita dalla credenza popolare secondo la quale la Chiesa dedicata a tale santo sarebbe stata la prima parrocchia del paese (credenza peraltro sia attuale, sia riferita da documenti di fine Settecento ). Una conferma all’opinione comune è giunta attraverso gli scavi archeologici compiuti all’interno della suddetta chiesa, che hanno riportato alla luce il suo più antico impianto (costituito dall’attuale presbiterio), risalente – probabilmente – già a fine V-inizi VI sec. d. C. A più riprese vi sono stati effettuati ampliamenti e modifiche, ultima delle quali sembra essere stata l’aggiunta delle navate laterali avvenuta nel XIX secolo. L’antichità della chiesa ha fatto si che, col passare del tempo, si perdesse memoria del suo fondatore, come apprendiamo leggendo il paragrafo 1 delle
Respuestas.
La chiesa perde la funzione di parrocchia nel XVI secolo, quando cioè viene realizzata quella in onore di S. Vincenzo Martire (santo “importato” dalla Spagna);
quest’ultimo evento segna fondamentalmente il trapasso dall’egemonia di Bisanzio a quella iberica, infatti la venerazione per San Nicola, originario della Licia (Paese della Turchia, vale a dire di quella terra un tempo denominata “Anatolia”), fu probabilmente introdotta in Sardegna – e anche a Orroli – dai Bizantini , i quali erano a diretto contatto con la penisola anatolica (trovandosi
Bisanzio, loro “città-madre”, nell’Ellesponto).
Intorno alla vita del santo sono sorte numerose leggende, tanto che i dati certi riguardanti la sua esistenza sono poco numerosi; in particolare si sa che visse nel IV sec. d. C. e fu vescovo di Mira. Secondo la tradizione avrebbe donato la dote a tre fanciulle, consentendo loro di sposarsi e salvandole dalla vita dissoluta alla quale erano destinate. E’ stato probabilmente questo episodio a originare la credenza che san Nicola favorisse i matrimoni : a questo scopo le ragazze nubili del paese ne scuotevano il simulacro.
Attraverso il paragrafo 8 delle Respuestas veniamo a conoscenza del fatto che a fine ’700 si compisse una processione in onore del Santo, mentre il paragrafo 2 dello stesso scritto ci informa (indirettamente) di un duplice festeggiamento; sembra dunque che la situazione sia rimasta invariata nel corso dei secoli: ancora oggi, infatti, il 6 dicembre si celebra la messa in onore del Santo, nel giorno indicato dal calendario ufficiale come quello della sua festa, mentre il 25 maggio la messa è preceduta da una processione alla quale partecipano cavalli, buoi aggiogati, trattori addobbati, oltre – naturalmente – ai fedeli a piedi e alla statua del santo.
Gli anziani del paese ricordano che nella prima metà del secolo scorso alla processione prendevano parte quasi 100 cavalli e 30\40 buoi aggiogati (adornati di tappeti sulla groppa i primi, arance e fiori tra le corna i secondi), con grande concorso di gente dai paesi vicini. Si trattava di una festa particolarmente sentita, che prevedeva lo svago dei partecipanti attraverso balli tenuti nel sagrato della chiesa per tutta la serata del 25 maggio.
Tutti gli abitanti del rione prospiciente la chiesa si impegnavano a pulire le strade in prossimità di questa, mentre la buona riuscita della sagra era affidata a un obriere di sesso maschile, che provvedeva (in parte a proprie spese, in parte con i soldi raccolti mediante una questua) all’organizzazione dei balli e alla distribuzione di dolci e caffè a coloro che partecipavano alla processione. Proprio il rientro della processione costituiva il momento culminante della festa, quando il sacerdote benediceva gli animali presenti: in periodi di povertà quale quello a cui le notizie si riferiscono (prima metà del Novecento), quando bastava poco perché il raccolto di un anno di lavoro andasse perduto, far benedire i propri animali equivaleva quasi a “vaccinarli” contro ogni genere di malanno.
A dicembre i festeggiamenti avvenivano in tono decisamente minore: la notte tra il 5 e il 6 nel piazzale della chiesa si accendeva un falò con legna donata da volontari del paese. Il giorno successivo si celebrava la messa e si portava il santo in processione, senza che né buoi né cavalli vi partecipassero.
La forte religiosità dell’epoca e la grande venerazione per il santo si manifestavano, oltre che nel prendere parte alla processione, mediante la partecipazione alla novena, che – a maggio – riuniva in chiesa un numero consistente di fedeli, e – soprattutto – nell’invocare San Nicola affinché guarisse da malanni di vario genere quanti gli offrivano ex voto di cera raffiguranti le parti del corpo sofferenti.
Grazie a un’opera della metà dell’Ottocento apprendiamo che durante i festeggiamenti (probabilmente nel mese di maggio) aveva luogo una fiera, che, col passare dei secoli, ha lasciato il posto a un numero sempre minore di venditori ambulanti di dolciumi.
Una particolarità è riferibile, più che al culto del santo, alla chiesa a lui dedicata: sono numerose le persone che ricordano storie di “fantasmi”, visioni, ombre e apparizioni “avvenute” in prossimità della chiesa; tutti inoltre sono a conoscenza dell’utilizzo del sagrato a scopo cimiteriale, destinazione comune ad altri edifici sacri del paese, sui quali – tuttavia – la memoria popolare non ha conservato notizie in proposito. Da rilevare inoltre il fatto che, nonostante sia passato in secondo piano con l’arrivo degli Spagnoli, il culto per il primo protettore del paese non sia stato comunque abolito o obliato.
5.1.2. Santa Caterina (25 novembre / prima domenica di giugno)
Le traccas e il fatto che si tratti di una sagra campestre sono gli elementi distintivi della festa in onore di Santa Caterina. Celebrata per diversi tempi durante l’ultima domenica di giugno, negli ultimi anni si è verificato un “ritorno alle origini”, facendo coincidere i festeggiamenti con la prima domenica dello stesso mese (data rispettata nella prima metà del Novecento). Questo cambiamento momentaneo viene attribuito, da alcune fonti orali, al tentativo di evitare le piogge che spesso accompagnavano i festeggiamenti.
Il culto in onore di Santa Caterina, martirizzata ad Alessandria nel IV secolo d. C., sembra essere di derivazione bizantina, tuttavia la costruzione della chiesa a lei dedicata sembra risalire a fine '500, mentre gli ispanici dominavano l’isola. A questo proposito esiste una leggenda, secondo la quale Santa Caterina insieme alle sue due sorelle, S. Barbara e S.
Maria, avrebbe scagliato una pietra per decidere in quale sito sarebbe sorto un edificio a lei sacro, questa sarebbe appunto caduta nelle campagne di
Orroli.
Invocata contro tutti i tipi di malattie, nonché protettrice di cucitrici, mugnai,
etc, attualmente è una delle sante maggiormente care agli abitanti del paese, i quali partecipano numerosi ai tre giorni di festa in suo onore, apprezzando gli spettacoli musicali offerti grazie ai proventi di una questua condotta per tutto il paese da un comitato. Il fervore religioso si manifesta principalmente nel partecipare alle processioni mediante le quali si porta il simulacro della santa nella sua chiesa (venerdì sera) e lo si riconduce in paese (domenica sera), percorrendo a piedi, a cavallo, o sui carri addobbati le «due miglia » che intercorrono tra il centro abitato e il santuario campestre.
Giunti in campagna, i fedeli provvedono a sistemarsi in loggiati loro destinati, dinanzi ai quali pongono in bella vista le
traccas, in modo che trine e merletti siano ben visibili ai passanti. Per il solo capo obriere è previsto un posto fisso, con spazi più ampi rispetto a quelli riservati agli altri partecipanti; tale postazione, costante negli anni, coincide con quella riservata all’organizzatore delle cerimonie già nel secolo scorso, prima che avvenisse la costruzione dei loggiati.
All’epoca i festeggiamenti duravano due soli giorni, dalla sera del sabato (quando la processione si recava nella chiesa campestre), fino alla sera del giorno seguente (quando si rientrava in paese); mentre il rientro della processione avveniva in modo molto simile a quello attuale, con cavalieri e carri in parata, il tragitto opposto era perlopiù compiuto autonomamente dalle
traccas, le quali partivano in genere di mattina nel tentativo di occupare i posti più riparati e ombreggiati.
Durante la processione molte donne portavano i capelli sciolti o strisciavano sulle ginocchia per adempiere qualche voto offerto alla santa; il suo simulacro veniva trasportato in spalla, insieme a un cero che assume una funzione chiave nei festeggiamenti: già nelle Respuestas (par. 2) si parla di una “festa della cera” (in sardo denominata attualmente
“cereu”), in particolare si afferma che è la parrocchia a provvedere a tale festa, poiché la chiesa di S. Caterina non possedeva alcuna dote.
Attualmente il cero viene consegnato (nella seconda domenica di giugno) con un anno di anticipo al futuro
obriere, il quale deve custodirlo nella propria abitazione e ornarlo di fiori freschi; in occasione della riconsegna sono previsti lauti pranzi offerti ad amici e parenti, oltre all’offerta di dolci e bevande
all’obriere entrante, che si reca – accompagnato da uno stuolo di persone – a prendere in consegna il cero, dopo aver, a sua volta, preparato un banchetto per i propri ospiti.
Cerimonie molto più modeste contornavano nel secolo scorso queste occasioni. All’epoca, nei due giorni di permanenza in campagna, il tempo veniva trascorso tra le funzioni religiose e i banchetti, in realtà molto modesti: “sa corda cun
pisucci” costituiva il pasto tipico del sabato notte, mentre al pranzo della domenica erano riservati “sa suppa cotta” e la carne lessa e/o arrosto, niente di paragonabile agli attuali momenti conviviali.
Il sabato sera erano previsti balli in piazza , accompagnati dalla musica “de unu
sonadori” pagato dall’obriere, il quale generalmente non faceva questua; a
quest’ultimo venivano deputati diversi compiti: offrire i dolci a tutti coloro che la domenica partecipavano alla messa, portare il caffè all’alba della domenica a chi pernottava sul posto, offrire da bere ai cavalieri al rientro dalla processione; la tradizione vuole inoltre che l’organizzatore delle cerimonie si distingua per addobbare due traccas anziché una (avveniva nel secolo scorso e accade tuttora). Oggi queste sono rimorchiate da trattori, che hanno sostituito i carri trainati dai buoi, in uso fino a un recente passato; già per la fine del Settecento siamo a conoscenza del fatto che la processione in onore della santa fosse aperta da una coppia di buoi al giogo, anche se niente ci viene detto sulla presenza di eventuali carri a questi annessi.
Al rientro della processione è prevista la benedizione degli animali e di tutti i partecipanti, che si radunano in prossimità del piazzale della parrocchia; i festeggiamenti non sono preceduti da novena, né lo erano nel secolo scorso;
l’obriere è, ancora adesso, di sesso maschile.
5.1.3. S. Vincenzo Ferrer (5 aprile / ultima domenica di settembre)
Vissuto in Spagna tra XIV e XV secolo, l’introduzione del culto di S. Vincenzo Ferrer è, probabilmente, da porre in relazione col dominio ispanico nell’isola; a conferma di tale ipotesi si può citare la data di fondazione della chiesa a lui dedicata, il 1704 , che ricade nell’arco di tempo di assoggettamento agli iberici. Sappiamo da
Respuestas, par. 1, che, tra le chiese esistenti a Orroli, esclusivamente per quella a lui intitolata si conosce il fondatore, impersonato dal Rettore Pisano. Egli e i suoi eredi, come apprendiamo anche grazie al “Libro de Administracion de los bienes de la Iglesia del Glorioso San Vicente
Ferrer”, compilato tra 1754 e 1792, dotarono la chiesa di numerosi beni, comprendenti terreni, mandrie di animali e pensioni ; l’edificio sacro doveva comparire tuttavia piuttosto spoglio, se nel par. 6 delle Respuestas leggiamo che “en la Iglesia […] hay collaterales dos altares al
mayor, en los quales ni se puede celebrar ni otra señal de altar q. la sola mesa de piedra pa celebrar” .
Entrambe le fonti (Respuestas e Libro de Administracion) annoverano, tra le proprietà ecclesiastiche, una reliquia del santo, esposta dagli eredi del Rettore (e non dal parroco!) per le due feste in suo onore; l’autenticità della reliquia non è però verificabile .
Come già affermato in precedenza, nei secoli passati si celebravano due feste in onore di S. Vincenzo; attualmente l’unico appuntamento “rispettato” dalla popolazione è la ricorrenza di fine settembre. In questa occasione, oltre alla messa “canonica” in cui si ricorda la vita del santo, è prevista la processione in suo onore, compiuta di sabato sera; i festeggiamenti “laici” hanno invece inizio già il giorno prima e si concludono la sera della domenica. Ogni serata è allietata da attrazioni musicali finanziate mediante una questua.
Generalmente nella notte della domenica si è dilettati dai fuochi artificiali. Chi ha vissuto la sua giovinezza agli inizi o negli anni centrali del Novecento ricorda dei festeggiamenti ancora più “grandiosi” rispetto a quelli attuali: iniziate il sabato sera attraverso messa e processione, le celebrazioni si protraevano talvolta fino al martedì successivo; all’occasione ci si preparava mediante nove giorni di preghiera (novena). Era contemplata la figura di un obriere (di sesso maschile) che, a differenza di quanto accade attualmente, non compiva alcuna questua.
Erano i balli in piazza e la presenza di numerosissime bancarelle a colpire maggiormente: sono, infatti, questi gli aspetti maggiormente menzionati dagli anziani. Le donne approfittavano di
quest’occasione per acquistare “su ferrusmaltu”: le pentole e gli utensili da cucina realizzati in ferro smaltato; agli uomini erano riservati i piaceri de “is
paradasa”, bar all’aperto dove, tra le altre cose, si vendeva “sa
carapigna”, la nota granita sarda. Il divertimento dei bambini (ma in genere di tutta la comunità) era legata alla corsa degli asinelli.
In chiesa erano esposte due statue raffiguranti il santo: in occasione della festa di fine settembre si portava in processione il simulacro più piccolo, mentre una sua statua di dimensioni maggiori veniva sfiorata quando si desiderava porre fine a periodi di grave siccità.
5.2. Feste che coincidono col calendario ufficiale
Le restanti tre feste in onore di santi celebrate ancora oggi a Orroli ricadono nel giorno esatto previsto per le rispettive commemorazioni. Risulta evidente da un confronto col recente passato che proprio queste ultime festività sono andate progressivamente perdendo la loro importanza: numerose ricorrenze non sono più festeggiate (se non mediante una messa commemorativa), quelle ancora in auge si celebrano in un tono piuttosto basso e passano in secondo piano se paragonate al genere di festeggiamenti previsti per quelle che potremo definire “feste popolari”, ossia quei riti “assimilati”, personalizzati e fatti propri dal popolo, che sembrano resistere maggiormente nel tempo.
5.2.1. S. Vincenzo Martire (22 gennaio)
Vissuto nel III sec. d. C. e martirizzato durante la persecuzione di Diocleziano in Spagna (della quale era originario), S. Vincenzo diviene patrono degli orrolesi intorno alla fine del Cinquecento (ancora una volta ci troviamo in epoca spagnola), quando viene realizzata la chiesa in suo onore: la data del 1582 si legge in un capitello all’interno della parrocchia e rappresenta uno dei pochi dati certi sulla cronologia relativa alla suddetta chiesa (il cui primo impianto tuttavia potrebbe essere più arcaico). E’ la parrocchia a costituire, fin dalla sua realizzazione, il fulcro della vita cristiana
orrolese: qui si celebrano le funzioni in onore di quei santi privi di edifici sacri propri, nel suo piazzale si accendono i falò per S. Antonio abate, S. Sebastiano…(fino a quando, circa trenta anni fa, il sacerdote lo vietò), nei suoi libri contabili si registrano le spese relative anche alle altre chiese (con l’eccezione di quella dedicata a S. Vincenzo
Ferrer).
La festa in onore del santo era già nel secolo scorso (come oggi) un avvenimento esclusivamente religioso, caratterizzato da novena, messa celebrata da più sacerdoti, processione dei fedeli (che si teneva la sera del 21 gennaio); non veniva nominato alcun obriere (a differenza di quanto avveniva a fine Seicento, quando esisteva per tale occasione
l’obreria major), ma era il sacerdote a offrire un frugale rinfresco al sacrestano e ai confratelli; né si tenevano balli o altri spettacoli in piazza; nonostante ciò si trattava di un appuntamento importante per la comunità cristiana, ma probabilmente non paragonabile ai festeggiamenti tenuti due secoli fa, quando erano previsti anche i fuochi d’artificio .
Caratteristici (e propri di quasi tutti i santi venerati nel paese) alla fine della “messa cantata” erano i “gocciusu” intonati dal sacrestano e dai fedeli; si trattava della vita del santo in versi, intercalata da un refrain in cui si invocava il suo aiuto; questo tipo di componimento sembra ispirato a modelli spagnoli, i gogos castigliani , i quali – ancora una volta – dimostrano quanto la Sardegna ha importato dalla penisola iberica.
5.2.2. S. Isidoro (15 maggio)
L’origine ispanica accomuna S. Isidoro a diversi santi venerati a Orroli, l’essere il protettore degli agricoltori (per essere stato egli stesso un contadino) lo rende l’emblema del mondo agro – pastorale che lo ha venerato (e lo venera) in Sardegna.
Originario di Madrid, nonché patrono della città, visse (agli inizi dell’XI secolo) quando i Bizantini erano ormai in procinto di abbandonare la nostra isola; si narra che, mentre egli pregava, i suoi buoi aravano i campi guidati da un angelo. Privo di una chiesa propria, viene invocato contro la siccità e per la buona riuscita del raccolto, rispecchiando l’anima della società del passato: una società di contadini afflitta da quello che ancora oggi rappresenta uno dei maggiori problemi dell’intera isola, le annate siccitose.
Si è già detto dell’insolito silenzio delle fonti sul culto di S. Isidoro, che sembra – apparentemente – inspiegabile. Sappiamo che, nel secolo scorso, per un certo periodo tale culto cadde quasi in oblio, per essere “riscoperto” solo in tempi relativamente recenti.
Ancora oggi si svolge il 15 maggio una processione in suo onore, alla quale prendono parte il simulacro del santo (cui viene posta tra le mani una spiga), i fedeli a piedi, a cavallo e su trattori addobbati (nella sola motrice: non si tratta di
traccas); questi sostituiscono i buoi aggiogati presenti nel passato. Oggi, come nel secolo scorso, si nomina un obriere che non compie tuttavia alcuna questua. La festa non è (oggi come allora) preceduta da novena, né seguita da balli in piazza; il momento più importante di questa è costituito dalla benedizione degli animali alla fine della processione (come accade ogniqualvolta questi vi prendano parte). Nel secolo scorso la messa a lui dedicata si celebrava nella parrocchia, attualmente questo avviene nel vecchio cimitero di
Orroli.
5.2.3. S. Antonio Abate (17 gennaio)
Ancora al mondo agricolo rimanda il culto di S. Antonio Abate, protettore anch’egli dei contadini e del bestiame (oltre che dei poveri, degli infermi…); originario dell’Egitto, visse tra III e IV secolo d. C. Il suo nome compare nel menologio greco, ossia tra quelli dei santi venerati in Oriente, perciò dai Bizantini, i quali ne diffusero il culto tra i sardi
Le fonti locali tardo – settecentesche ne citano il culto, ma non fanno menzione del falò acceso ancora oggi in suo onore, forse in connessione con la credenza che guarisca dal cosiddetto “fuoco di
Sant’Antonio” (herpes zoster), forse reminiscenza di riti più antichi dei quali si è perduto il significato originario.
Il falò, che fino al divieto intervenuto nel secolo scorso veniva acceso (la notte tra il 16 e il 17 gennaio) nel piazzale della parrocchia, attualmente si tiene in quella che viene denominata “Terr’e sa Santa” (terreno della santa), nella periferia del paese; è usanza, accanto al fuoco, bere del vino, mentre va scemando l’uso, invalso per un certo periodo di tempo, che i partecipanti si imbrattassero il viso con gomma (di pneumatici) bruciata: eco forse di un uso più antico di imbrattarsi col carbone?
Nella giornata successiva, oltre a riprendersi dalle sbronze del giorno prima, si partecipava alla messa che celebrava la vita del santo e alla processione in suo onore. Anche in
quest’occasione veniva prescelto un obriere.
6. Considerazioni finali
I culti professati oggi sono, evidentemente, il risultato di un lungo processo di sintesi, intrapreso già prima che il credo cristiano si diffondesse nella nostra terra: l’incessante passare dei secoli ha determinato continui cambiamenti nell’ideologia locale; pur trovandosi distante dall’epicentro da cui di volta in volta è partito l’input riguardante tali cambiamenti, Orroli ne è stato, suo malgrado, raggiunto e coinvolto.
Nel tentativo di restituire un quadro sufficientemente attendibile sulla religiosità degli
orrolesi, con puntuali riferimenti a fonti dirette, non è stato possibile risalire oltre il 1600, data a partire dalla quale si sono rese fruibili le prime fonti archivistiche. Antecedentemente a tale epoca si è potuto esclusivamente riferire la probabilità di riti pagani, accolti poi per sincretismo in ambito cristiano (nel tentativo di “salvare il salvabile” degli usi locali poco “ortodossi”, piuttosto che, combattendoli e cercando di estirparli, alienarsi la simpatia del popolo da parte della Chiesa e della classe dirigente). Tali riti in realtà sono solo intuibili e non è possibile collocarli nel tempo, né attribuirli a una specifica cultura.
Un altro appunto si può fare per il periodo compreso tra VI e X secolo d. C. (già presentato come bizantino): considerando i santi venerati principalmente in Oriente ed escludendo quelli particolarmente cari alla Chiesa Romana, è possibile determinare con sufficiente attendibilità i culti ereditati dal mondo bizantino; per quanto riguarda la specifica realtà orrolese tali culti sono indirizzati probabilmente verso S. Nicola, S. Caterina, S. Antonio Abate, S. Barbara.
Dopo il X secolo le informazioni disponibili ci conducono direttamente in epoca spagnola e/o
aragonese, testimoniando l’ormai affermata esistenza di numerosi culti (oltre quelli bizantini), alcuni dei quali si perdono definitivamente nel Settecento (per esempio quello in onore di S. Marco, S. Maria della Neve, S. Mauro, S. Lucifero, S. Giuliana, S. Efisio, S. Francesco, S. Salvatore, S. Lorenzo), mentre buona parte sopravvive fino al Novecento (S. Vincenzo Martire e
Ferrer, S. Antonio da Padova, S. Sebastiano, S. Giuseppe, S. Lucia, S. Giovanni Battista).
A fronte dei numerosi culti scomparsi durante il XVIII secolo, pochi altri sembrano di nuova introduzione: S. Raimondo, S. Stanislao, S. Pietro, S. Luigi, S. Gaetano, mentre le notizie sull’Ottocento sono sostanzialmente sommarie e non consentono una chiara interpretazione della religiosità dell’epoca. Pochi nuovi santi sembrano fare la loro comparsa nelle chiese paesane solo nel Novecento o poco prima (S. Biagio, S. Agnese, S. Rita), mentre una drastica “inversione di rotta” segna il nuovo millennio, in cui la maggioranza della popolazione accompagna in processione solo il patrono, S. Caterina, S. Vincenzo
Ferrer, S. Nicola, S. Isidoro, oltre a partecipare al falò in onore di S. Antonio Abate, privi della coscienza – talvolta – che
quest’ultimo sia un rito a carattere cristiano.
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Archivio Parrocchiale Orrolese, Duplicado de la Parql Iglesia de Orroli, 1798-1889
Archivio Parrocchiale Orrolese, Original de la Paroquia de Orroli, 1682-1719
Archivio Parrocchiale Orrolese, Original de la Paroquia de Orroly, 1720-1780
Archivio Parrocchiale Orrolese, S. Vincenzo F. Libro de Administracion de los bienes de la Iglesia del Glorioso San Vicente Ferrer
Fonti orali:
Locci Assunta
Loi Ines
Loi Virginia
Manca Giacomina
Orgiana Grazietta
Orgiana Sergio
Sirigu Maria
Zedda Gina
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