COMUNE DI ORROLI
Sito Ufficiale

STORIA TURISMO AMBIENTE ISTITUZIONI SERVIZI
ON-LINE
APPALTI E CONCORSI AZIENDE

1HOME

Feste e Tradizioni

LE FESTE E LE TRADIZIONI RELIGIOSE DI ORROLI
(Testo integrale)

LA STORIA DELLA SAGRA DI SANTA CATERINA

Le traccas e il fatto che si tratti di una sagra campestre sono gli elementi distintivi della festa in onore di Santa Caterina. Celebrata per diversi tempi durante l’ultima domenica di giugno, negli ultimi anni si è verificato un “ritorno alle origini”, facendo coincidere i festeggiamenti con la prima domenica dello stesso mese (data rispettata nella prima metà del Novecento). Questo cambiamento momentaneo viene attribuito, da alcune fonti orali, al tentativo di evitare le piogge che spesso accompagnavano i festeggiamenti.

Il culto in onore di Santa Caterina, martirizzata ad Alessandria nel IV secolo d. C., sembra essere di derivazione bizantina, tuttavia la costruzione della chiesa a lei dedicata sembra risalire a fine '500, mentre gli ispanici dominavano l’isola. A questo proposito esiste una leggenda, secondo la quale Santa Caterina insieme alle sue due sorelle, S. Barbara e S. Maria, avrebbe scagliato una pietra per decidere in quale sito sarebbe sorto un edificio a lei sacro, questa sarebbe appunto caduta nelle campagne di Orroli.

Invocata contro tutti i tipi di malattie, nonché protettrice di cucitrici, mugnai, etc, attualmente è una delle sante maggiormente care agli abitanti del paese, i quali partecipano numerosi ai tre giorni di festa in suo onore, apprezzando gli spettacoli musicali offerti grazie ai proventi di una questua condotta per tutto il paese da un comitato. Il fervore religioso si manifesta principalmente nel partecipare alle processioni mediante le quali si porta il simulacro della santa nella sua chiesa (venerdì sera) e lo si riconduce in paese (domenica sera), percorrendo a piedi, a cavallo, o sui carri addobbati le «due miglia » che intercorrono tra il centro abitato e il santuario campestre. 

Giunti in campagna, i fedeli provvedono a sistemarsi in loggiati loro destinati, dinanzi ai quali pongono in bella vista le traccas, in modo che trine e merletti siano ben visibili ai passanti. Per il solo capo obriere è previsto un posto fisso, con spazi più ampi rispetto a quelli riservati agli altri partecipanti; tale postazione, costante negli anni, coincide con quella riservata all’organizzatore delle cerimonie già nel secolo scorso, prima che avvenisse la costruzione dei loggiati. 
All’epoca i festeggiamenti duravano due soli giorni, dalla sera del sabato (quando la processione si recava nella chiesa campestre), fino alla sera del giorno seguente (quando si rientrava in paese); mentre il rientro della processione avveniva in modo molto simile a quello attuale, con cavalieri e carri in parata, il tragitto opposto era perlopiù compiuto autonomamente dalle traccas, le quali partivano in genere di mattina nel tentativo di occupare i posti più riparati e ombreggiati.

Durante la processione molte donne portavano i capelli sciolti o strisciavano sulle ginocchia per adempiere qualche voto offerto alla santa; il suo simulacro veniva trasportato in spalla, insieme a un cero che assume una funzione chiave nei festeggiamenti: già nelle Respuestas (par. 2) si parla di una “festa della cera” (in sardo denominata attualmente “cereu”), in particolare si afferma che è la parrocchia a provvedere a tale festa, poiché la chiesa di S. Caterina non possedeva alcuna dote.

Attualmente il cero viene consegnato (nella seconda domenica di giugno) con un anno di anticipo al futuro obriere, il quale deve custodirlo nella propria abitazione e ornarlo di fiori freschi; in occasione della riconsegna sono previsti lauti pranzi offerti ad amici e parenti, oltre all’offerta di dolci e bevande all’obriere entrante, che si reca – accompagnato da uno stuolo di persone – a prendere in consegna il cero, dopo aver, a sua volta, preparato un banchetto per i propri ospiti.
Cerimonie molto più modeste contornavano nel secolo scorso queste occasioni. All’epoca, nei due giorni di permanenza in campagna, il tempo veniva trascorso tra le funzioni religiose e i banchetti, in realtà molto modesti: “sa corda cun pisucci” costituiva il pasto tipico del sabato notte, mentre al pranzo della domenica erano riservati “sa suppa cotta” e la carne lessa e/o arrosto, niente di paragonabile agli attuali momenti conviviali.

Il sabato sera erano previsti balli in piazza , accompagnati dalla musica “de unu sonadori” pagato dall’obriere, il quale generalmente non faceva questua; a quest’ultimo venivano deputati diversi compiti: offrire i dolci a tutti coloro che la domenica partecipavano alla messa, portare il caffè all’alba della domenica a chi pernottava sul posto, offrire da bere ai cavalieri al rientro dalla processione; la tradizione vuole inoltre che l’organizzatore delle cerimonie si distingua per addobbare due traccas anziché una (avveniva nel secolo scorso e accade tuttora). 

Oggi queste sono rimorchiate da trattori, che hanno sostituito i carri trainati dai buoi, in uso fino a un recente passato; già per la fine del Settecento siamo a conoscenza del fatto che la processione in onore della santa fosse aperta da una coppia di buoi al giogo, anche se niente ci viene detto sulla presenza di eventuali carri a questi annessi.
Al rientro della processione è prevista la benedizione degli animali e di tutti i partecipanti, che si radunano in prossimità del piazzale della parrocchia; i festeggiamenti non sono preceduti da novena, né lo erano nel secolo scorso; l’obriere è, ancora adesso, di sesso maschile. 

HOME

---------------------------------------

Ritorna a inizio pagina